grab a feelin’

Posted on May 26th, 2008 in AnarcoVapore, Voci Fuori Campo

* la storia che china sul baratro osserva con lieta vertigine gabbiani.
scìpito su bianche scogliere radioattivo raggiare, rettile sinuo d’unico viandìo, limpida volta, o maiuscola attonita. lato oscuro di cosa? tre parche nell’unica locanda della via baciano ad ogni evocazione la medesima brodaglia avana, lanugine opaca d’intrasfavillìo priva .
giovane, vedo, gloria d’una testa rincoglionita a fumetti e ormoni, baldi i canti insperati di genti ciclanti tra rovine. più o meno unico un pensiero.

* a tunguska a inalare solfati: non ho bisogno d’un mondo che coli a imbuto giù per un downlink tutto il giorno. ho scoperto che il problema sta sempre e solo in trasmettere, cesoia sull’usage idiota di contrazioni ulteriormente contratte in capital iniziali. marcos anni fa ci spedì field recordings d’un parco dove a meno di dieci metri una madre cantilenava a marlo, marlo per sempre. passava un aereo e non accadeva altro.

* e non otterremo lo stesso permesso del gattopardo. ci limiteremo ai tragitti del turismo evidenziati da cordoni cremisi, immortalando ignote giovani in pose oltre, contratti in percolare esa; una stagione diversa. ve l’ho detto? ho abbandonato la pala e le fiamme e lo scat liminale degli endodemoni. a dispetto d’esigere dello script nessuna marcia akitsa mentre guidavo via nel tramonto; poiché ho evitato di tornare, ghermito dal butoh d’un ribaldo fato, alle rughe d’espressione del quale replico con sorriso mite, impiego paraedile attorno a palazzine del mistero.

* un mammifero seasoned, chino sul baratro del sinuo della storia, che si alza, sgranchito, ore su ore di delirio archiviate in ennesimi folder, la testa un aquilone a specchio sbandierante uno di quei triti faccini firma: uplink a baud e uno stento ormai solo voler tempo, e sole, e aria, la benda che scherma al passato un sex toy d’auteur.

* mai dire a che gioco hai giocato: anni di cogito un accumulo immondo.
il presente non esiste. proprio mentre scrivo mi ritrovo nel futuro.

water like molten metal

Posted on March 27th, 2008 in AnarcoVapore, Note e annunci

ho passato una parte di questo mese in ospedale. nei giorni seguenti la dimissione, con poca lucidità e troppa stanchezza, ho aperto un blog anonimo da qualche parte, riversandovi dei post senza capo né coda.

ma anche il blog anonimo da qualche parte, alla lunga, rompe, e dunque ho riversato qui i post là precedentemente riversati. sono sette, l’altro luogo in nuke appena pubblico questo.

l’oceano pacifico è un pensiero di passaggio

Posted on March 25th, 2008 in La Polvere

vivace ruota nel weekend per tracciati di campana sull’asfalto. chiama il numero, dichiara: drago pinku, nouvelle vague, claymation e silenti jidaigeki da forum russi ma non guardo nulla oltre spezzoni alla rinfusa, sugli occhi il filtro di jeter in noir e voglio esplodere ma no, penso d’ardire a una telecamera e mi muovo a passo tre, che già sembra molto, che già non riassume bene, che già.

vecchio concrete, con dentro foto d’enrico lucci a quattro anni: lo sfoglio a notte, evoco spire morfiche sull’ultima vignetta d’un bacio, tra pescatore e sirena, sulla didascalia scritto: what if fishermen, knowing how they’d be harmed, realizing how precious their wildness was… simply kept mum? a vast, benign conspiracy. a trade secret. together against the world, like hiding jews from the nazis. what bond might form within that danger, that secret?

e mi risveglio su pallido sole e troppo bianche nubi. anche digitare ha il sapore della ruggine e dello stento. mi tentano spire di fumo, scatti monocromi di sguardi vacui, serenità chambara di duelli all’alba, prima che il giorno sorga con il resto della storia umana, quello che per forza di giogo non ci comprende più. macchine che passano, delay ping pong su minuscoli enunciati d’epiglottide.

e continuo a compilare questi orrendi nidi di loop ossessivi. scopro a un tratto che i dischi interi mi stanno sul cazzo, voglio solo canzoni. mi lancio in testa una linea di cdr biz card, cinque minuti e undici secondi e basta e se non ce la fai problema tuo. quarantacinque giri la metà del battito, nautico dub bradicardico per il resto. basta iterazioni, fade in e crescendo, basta tessuti e trame e foreground e background. vaffanculo recensoria mondanità, agognato costrutto vonkarjanico.

volevo scrivere backmatter nero su bianco con ritagli a margine e sought an unmarked grave peggio che mai, ma scriba dichiara dissenso, sul resto una polvere di non titolo, non contenuto, stilla d’altalena tra tutto in coro ed editing di binocolo.

ultimo appunto, su schizza e strappa vieppiù esiguandosi, domenica notte, 23:55.

stavo per chiamarlo il bacio della sirena ma poi ho pensato, quale sirena.

hobby dell’arbitraggio

Posted on March 23rd, 2008 in La Polvere

domenica: clessidra stuck in inevincibili catene di flood permanente. nelle ossa orsi polari a nuoto sprovvisti di terra ferma per sempre, fantasmini negli speaker che mi invocano indietro dove non tornerò.

mi sveglio tardi, vacui sogni che sfumano in crossfade sulle ultime cose viste con brividi prima di andare a dormire: su questo pianeta, ed a neanche troppi chilometri, forum di figuri appassionati di quaresima, di tutte le cose, cappucci neri, occhi blindati da guise kentaromiuriane per cieco un intero tragitto cittadino. stento a capire.

verso le undici recupero il nuovo dei death in june, rules of the thirds, scarnissimo, una chitarra e una voce e qualche sample da chissà che film. aria leggiadra turbata da liriche che forse, anche qui un pasquale insistere su dio, d’obbligo il corsivo, mi guardo attorno e c’è meno luce che a notte.

in che modo finiremo per compilare le nostre cronache. scrivere per non spiegare, leggere per non capire. viene avanti il moto d’un mostro enorme, ma non sta da nessuna parte.

file under precious gift. move, move.

Posted on March 21st, 2008 in La Polvere

detto così sembra un singolare atavismo satanico, ma alla fine ho risolto per cucinare riso venere nero in crema di radicchio, noci e fegato; preparazione e cottura interminabili ma ne valeva, forse, la pena. ora ascolto pop ambient 2007 e bevo caffè di qualche ora fa, e la giornata è scivolata via in un orribile gorgo di piogge non torrenziali e pane azzimo che intasa le fognature.

ieri a quest’ora avevo il sole negli occhi, e tentavo di fotografare un piccolo rapace dieci metri più a valle. strada interrotta da anni causa frana, quiete e rumore del vento; a fianco sette header abortiti, scritti a mano sui morbidi fogli schizza e strappa. che cosa avevo in mente?

come in quell’haiku tardo toscano: ora soltanto formiche.

Posted on March 21st, 2008 in La Polvere

sempre più difficile in questi giorni ottenere poche necessarie ore di sole.
questa l’alba locale:

spira un freddo vento animale. il lettore saltella inquieto tra leviathan, pantha du prince, marcus schmickler, ufomammut, dalida e porter ricks. ho un pasto da preparare e non riesco a decidermi su cosa e come.

e ovviamente le cose non sono accadute nell’ordine elencato. la foto è stata scattata un mese fa. stamane l’alba sorgeva ancor più tetra. squarci di sole verso le nove e poi ancora nubi. e fornelli. piatti da lavare.

Erimos?

Posted on March 20th, 2008 in La Polvere

la prima entry che google restituisce digitando Erimos porta al sito d’una così nominata casa farmaceutica, dedita alla scoperta, sviluppo e ricerca di molecole terapeutiche in grado di trattare il cancro. La Erimos, apparentemente, detiene diritti esclusivi d’utilizzo di un portfolio di tali molecole. nel settore del sito che spiega il modus operandi dell’azienda, un’animazione ci illustra il ciclo generativo delle cellule cancerose e l’azione delle molecole antagoniste che la Erimos tratta, che praticamente bloccano l’azione dell’inibitore proteico che impedisce alle cellule cancerose di decadere e morire.

tutto questo c’entra poco con l’Erimos del titolo - anche se in parte sono convinto che, se il cervello mi costringe ad una azione piuttosto che ad un’altra, avrà pure i suoi buoni motivi - un cd, da poco uscito per Digitalis, che coinvolge due miei amici in collaborazione con una figura storica della sperimentazione italiana.

della sperimentazione italiana, in realtà, fuorvia abbastanza completamente, ma comunque l’entry di wikipedia su Maurizio Bianchi potrebbe aiutare a spargere un po’ di luce a riguardo; per Hue e Fhievel, invece, meno storia e niente wikipedia.

e soprattutto, basta dettagli, chissene, parliamo del disco: quarantatre minuti di background drone, farciti dalle varie signatures degli individui coinvolti. un disco moderno e formulatico, bilanciamento apparentemente procedurale di quello che già sapevamo. l’impressione che ho ricavato a tratti: i musicisti vengono avanti due per volta, ma probabilmente sbaglio. ed a tratti è proprio lo sfondo ad intrigare di più, come in un vecchio dipinto, quando vai oltre i santi e peccatori in primo piano e scopri un ufo solcare nubi in lontananza, o qualcuno in finestra con espressione ininterpretabile.

ma no: mi viene in mente la carta dell’appeso. nella nuova descrizione questo disco è stato registrato in un giardino pensile, un gigantesco ziggurat erbaceo situato chissà dove e praticabile soltanto sul finire dell’estate: i tre musicisti appesi a turno al ramo più alto d’un ciliegio, con una corda attorno alla caviglia, intorno all’albero quattro speakers intenti in altrettanti flussi mono, rigurgiti perpetui di drones sfilacciati e field recordings di suolo calpestato da scarafaggi, tappeti di pads percepiti intrautero tanti anni prima; e così via, per ore e giorni e settimane e forse anche anni. al termine dei quali le parole terminano, gli attriti cessano di scintillare e sedimentano; come in Sunshine, i tre in silenzio, mesmerizzati da un mondo capovolto.

e poi: anni fa annoveravo tra le mie conoscenze un tipo che, parlando di abitanti di deserti, mi disse che se togli il sangue a uno scorpione e lo rimpiazzi con acqua e sale lo scorpione continua a vivere, senza batter ciglio. curioso come dopo anni, tra tante cose perse o trattenute male, parlando di deserto mi torni in mente proprio questo.

pipe smoking, faraway balloons

Posted on March 19th, 2008 in La Polvere

qualche giorno fa ho letto una bella recensione dell’ultimo disco solista di Luca; l’ho letta su queste pagine - ho scoperto Cookshop da poco: si tratta di un ottimo mp3 blog, se ha ancora senso chiamarli così, e tra l’altro in quelle pagine è possibile trovare tutti gli ultimi Logoplasm (compreso Drunk Upon Thy Holy Mountain, con Punck - la nostra ultima uscita ufficiale, un disco al quale siamo tutti, immagino, particolarmente affezionati) a gratis, which is perfectly fine, by me.

ma parliamo della musica di Luca, tra le poche che negli anni non ha mostrato cenno alcuno di compromesso o ricerca (nel senso brutto del termine, quello di annaspare in giro, mentre le idee sfuggono): i panorami stranianti, due microfoni a contatto attaccati alle finestre di casa Biosphere, mentre tutto intorno è silente e fuori albeggia.

e in questi giorni, di pari passo con la convalescenza e le tracce techno (situazione che sta sfuggendo di mano, ma ne riparlerò) vado recuperando tutti i vecchi classici di warm skip di inizio secolo, musica che non ascoltavo più o meno da quei tempi, e che ancora spinge: su tutti, Wurmloch Variationen di Stephan Mathieu - che oggi suona quasi alieno nella sua sconcertante semplicità - e poi Microstoria, Oval, Snd, con gli occasionali Morbid Angel, Repulsion e Nathan Fake tirati dentro per aggiustare il peso finale.

chissà cosa sta facendo uscire, oggi come oggi, la Mille Plateaux. o se la sua sussidiaria Ritornell esiste ancora. potrei trovare queste risposte dopo due righe di google, ma ne ho veramente voglia? penso di no, non è importante. ma forse dovrei continuare a scavare tra la polvere e le pile di cd qui in casa. chissà cosa ne viene fuori.

sul demo dei Tergicristalli

Posted on March 18th, 2008 in La Polvere

circa un mese fa ho recuperato da un qualche abisso questo nastro: si tratta dell’unica copia del demo d’un gruppo di miei vecchi amici, facciata unica di una c60. l’ho riversato in digitale e rimasterizzato e ne ho fatto dono ad uno dei componenti del gruppo.

i Tergicristalli erano una porn blues protest band. il problema essenziale del recupero dei vecchi nastri con l’attrezzatura di merda che posseggo sta nel beccare il pitch giusto, nel senso della velocità di trascinamento del nastro. un primo tentativo mi restituiva una facciata da 33 minuti. tutto veniva giù abbastanza doom, le voci distorte, l’aria tipo un sottomarino. il secondo tentativo è andato meglio. ventinove minuti, se non sbaglio.

sono uscito dall’ospedale da qualche giorno e non mi sento ancora bene. incapace di trascinarmi nelle solite attività, in un pomeriggio tedioso ho deciso di registrare qualche traccia techno, di tutti i generi possibili.

la prima traccia registrata contiene samples vocali dei Tergicristalli. pitchati via, invertiti, fa tutto molto casbah e nella testa penso di avere io l’aria dei sottomarini. mi cimenterei volentieri in un progetto tipo tutto il mondo remixa gli Isis, del 2005, che vado ascoltando mentre scrivo queste righe. per mettere giù qualche traccia coatta tipo quelle di Fennesz o Koner in quell’occasione.

poca voglia in genere di mettermi sulle mie cose o sulle uscite KEM in sospeso, poca voglia e poca lucidità, in genere. aiuto.

Mise en abyme de l’aube

Posted on February 21st, 2008 in Caostella e Daga, Confine Barionico, Diario scritto a fatica

* il cervello si bagna e resta umido per giorni. provo a cercare il sole ma se ne va, sostituito come spesso accade da vento lupo e nubi. la frustrazione del giorno si dipinge a intensi tenebristi hues fiamminghi mentre a nemmeno le sette compiute provo a registrare il secondo take di un pezzo black metal senza svegliare Laura o i vicini. e passa solo quando decido di desistere.

* poi ci si riperpetua in medesimi gesti, come se la ritualità potesse fungere da appendice all’escapismo. il primo caffè niagara lungo gola arsa da growls and howls, anelli di fumo in aria sulla mia testa come piccole corone. un amico mi inoltra la foto di un cucciolo dicendo che stanno cercando di piazzarlo.

* con la fortuna di cui sembro perpetuamente usufruire il laptop esploderà prima che io riesca a postare queste righe. purtuttavia salvare con nome sembra troppo lancinante un commitment e a cosa e come mi chiedo, e passo oltre. per inciso: ho registrato davvero il take di cui sopra ma qualcosa, come nero angelo, ha succhiato via la forza dal rosso tasto rec. e dunque nulla. riuscire a calibrare urla sopra feedback nascondendole tra i galli che ancora a valle andavano cantando, per sette interminabili minuti, gli occhi dardeggianti sopra tutti i venti metri quadri e poco oltre, ad annotare segnali di risveglio pregando che però, tutto per non avere nulla.

* a cosa servirà, questa maledetta fiera. impalare ai bordi delle strade maestre sfilze dopo sfilze di titoli che io per primo stento ad ascoltare passato l’ombelicale buffer dei pochi giorni dopo ed un excursus o due in qualche successivo anno. ho scritto al mio amico peccato camminare in casa piatti come gli antichi egizi delle bangles per troppa roba in mezzo e troppo poco spazio. letto da qualche parte pure che solo i miseri non buttano mai nulla. gli altri rinnovano in aurei raggi di sventagliante comfort.

* ma qui non succede mai niente del genere. bollettini, che sfilzano su punti che già conosciamo, senza aggiungere altro oltre una pornografia analitica del dettaglio ulteriore, lo sfavillante aver compreso oltre senza di fatto essersi mossi d’un millimetro. micromondi, segnali ahyauaschini che alludono al non doversi sentir mai più fermo, mai più solo. verranno altre vite in successione fibonacci, armonicamente incrementando gli alberelli di miseria in subtropicali jungle. la casa ci accerchia. ne abbiamo l’esempio davanti.

* ho scritto al mio amico che non prenderò il cane ma peccato. assieme a dette righe inoltrando scansione della cover del nastro ritrovato del 1987, rippato e rimasterizzato nei giorni scorsi. la solitudine impossibile del palombaro ermeneutico nelle stanzine e melma d’un passato che chissà cosa adesso: il tempo un superdiamante esa-d immerso in oceano di specchio liquido.

* nella stessa session di pesca e diving: nastro libanese di musica per belly dance o almeno questo sembra evincersi dalla foto di copertina, zottato a tower records, nei pressi di tottenham court, quand’ero giovane e punkabbestia e dimoravo in albione. non l’ho ancora suonato e dopo quasi vent’anni potrei fischiarne la seconda traccia completamente dalla memoria.

* sono semplici le stringhe che ci catturano. semplici e mai facili le loro trame.

* poi: sony hf da 90 minuti, incisa per nemmeno quindici sul lato A. dall’ingiallito foglio di notepad inserito di fronte all’intatto flap frontale la evinco contenere tre tracce, reading di poesie adolescenziali sicuramente imbarazzanti a morte su musiche di badalamenti e throbbing gristle, possibilmente rallentate a mano. da qualche parte memoria confusa di freddo pomeriggio in cucina con due registratori ed un microfono.

* l’orrore che mi fanno gli anni ottanta viene in parte dal ricordarne con esattezza il feeling. non solo della lacca e delle paillettes, ma dello sconforto, diffuso ad olio, una petroliera di tempi morti crashata su un intero decennio.

* fuori rigo e fuori dai denti: lo scherzo che uccide, mano nella mano, untergang.

* fallava di nuovo la mia stronza memoria bulimica. sulla custodia di un altro nastro un artefatto in pongo colorato. squagliato dal tempo e chissà cosa.

* forse il troppo metal di questi giorni e la ruggine scrollata a distorsori da sinapsi poco usate nell’ultimo decennio: ho messo giù sinossi e abbozzo di soggetto d’un libro fantasy nove giorni fa. messo giù in un file audio, tramite neo registratore digitale che prova ad essere ulteriore moleskine senza gesto katanico della penna alcuno. messo giù sinossi causa flare di gangli basali intorno all’escapismo. ma tutto quello che ho mai scritto, alla fine, è spy story con enigmatico afflato procedurale. peccato aver annotato soltanto una vastissima impossibilità d’indizi ed aver snobbato stoicamente ogni intravedibile risoluzione. non l’ho mai creduto vero ma si paga sempre un prezzo per sperimentare. la rata di queste settimane prevede mani che stanno smettendo di funzionare per pelle completamente mangiata da freddo e caldo ed acqua ed intemperie, le ossa sotto detta pelle completamente disfunzionali e tutto che va visibilmente deformandosi. la forza defluire via come acqua ancora gelida dai ghiacciai in primavera.

* e il dazio corrisposto oramai inimmaginabile. con conti e marchesi e principini della mia minchia un dilatato ok corrall condotto soffocando in atmosfere suicide, le trappole robotiche del comportamentalismo solo altre trame d’una gabbia che era troppo complessa to begin with. bassa inibizione latente. turni tetri. detail nazi. a wastebasket.