* il cervello si bagna e resta umido per giorni. provo a cercare il sole ma se ne va, sostituito come spesso accade da vento lupo e nubi. la frustrazione del giorno si dipinge a intensi tenebristi hues fiamminghi mentre a nemmeno le sette compiute provo a registrare il secondo take di un pezzo black metal senza svegliare Laura o i vicini. e passa solo quando decido di desistere.
* poi ci si riperpetua in medesimi gesti, come se la ritualità potesse fungere da appendice all’escapismo. il primo caffè niagara lungo gola arsa da growls and howls, anelli di fumo in aria sulla mia testa come piccole corone. un amico mi inoltra la foto di un cucciolo dicendo che stanno cercando di piazzarlo.
* con la fortuna di cui sembro perpetuamente usufruire il laptop esploderà prima che io riesca a postare queste righe. purtuttavia salvare con nome sembra troppo lancinante un commitment e a cosa e come mi chiedo, e passo oltre. per inciso: ho registrato davvero il take di cui sopra ma qualcosa, come nero angelo, ha succhiato via la forza dal rosso tasto rec. e dunque nulla. riuscire a calibrare urla sopra feedback nascondendole tra i galli che ancora a valle andavano cantando, per sette interminabili minuti, gli occhi dardeggianti sopra tutti i venti metri quadri e poco oltre, ad annotare segnali di risveglio pregando che però, tutto per non avere nulla.
* a cosa servirà, questa maledetta fiera. impalare ai bordi delle strade maestre sfilze dopo sfilze di titoli che io per primo stento ad ascoltare passato l’ombelicale buffer dei pochi giorni dopo ed un excursus o due in qualche successivo anno. ho scritto al mio amico peccato camminare in casa piatti come gli antichi egizi delle bangles per troppa roba in mezzo e troppo poco spazio. letto da qualche parte pure che solo i miseri non buttano mai nulla. gli altri rinnovano in aurei raggi di sventagliante comfort.
* ma qui non succede mai niente del genere. bollettini, che sfilzano su punti che già conosciamo, senza aggiungere altro oltre una pornografia analitica del dettaglio ulteriore, lo sfavillante aver compreso oltre senza di fatto essersi mossi d’un millimetro. micromondi, segnali ahyauaschini che alludono al non doversi sentir mai più fermo, mai più solo. verranno altre vite in successione fibonacci, armonicamente incrementando gli alberelli di miseria in subtropicali jungle. la casa ci accerchia. ne abbiamo l’esempio davanti.
* ho scritto al mio amico che non prenderò il cane ma peccato. assieme a dette righe inoltrando scansione della cover del nastro ritrovato del 1987, rippato e rimasterizzato nei giorni scorsi. la solitudine impossibile del palombaro ermeneutico nelle stanzine e melma d’un passato che chissà cosa adesso: il tempo un superdiamante esa-d immerso in oceano di specchio liquido.
* nella stessa session di pesca e diving: nastro libanese di musica per belly dance o almeno questo sembra evincersi dalla foto di copertina, zottato a tower records, nei pressi di tottenham court, quand’ero giovane e punkabbestia e dimoravo in albione. non l’ho ancora suonato e dopo quasi vent’anni potrei fischiarne la seconda traccia completamente dalla memoria.
* sono semplici le stringhe che ci catturano. semplici e mai facili le loro trame.
* poi: sony hf da 90 minuti, incisa per nemmeno quindici sul lato A. dall’ingiallito foglio di notepad inserito di fronte all’intatto flap frontale la evinco contenere tre tracce, reading di poesie adolescenziali sicuramente imbarazzanti a morte su musiche di badalamenti e throbbing gristle, possibilmente rallentate a mano. da qualche parte memoria confusa di freddo pomeriggio in cucina con due registratori ed un microfono.
* l’orrore che mi fanno gli anni ottanta viene in parte dal ricordarne con esattezza il feeling. non solo della lacca e delle paillettes, ma dello sconforto, diffuso ad olio, una petroliera di tempi morti crashata su un intero decennio.
* fuori rigo e fuori dai denti: lo scherzo che uccide, mano nella mano, untergang.
* fallava di nuovo la mia stronza memoria bulimica. sulla custodia di un altro nastro un artefatto in pongo colorato. squagliato dal tempo e chissà cosa.
* forse il troppo metal di questi giorni e la ruggine scrollata a distorsori da sinapsi poco usate nell’ultimo decennio: ho messo giù sinossi e abbozzo di soggetto d’un libro fantasy nove giorni fa. messo giù in un file audio, tramite neo registratore digitale che prova ad essere ulteriore moleskine senza gesto katanico della penna alcuno. messo giù sinossi causa flare di gangli basali intorno all’escapismo. ma tutto quello che ho mai scritto, alla fine, è spy story con enigmatico afflato procedurale. peccato aver annotato soltanto una vastissima impossibilità d’indizi ed aver snobbato stoicamente ogni intravedibile risoluzione. non l’ho mai creduto vero ma si paga sempre un prezzo per sperimentare. la rata di queste settimane prevede mani che stanno smettendo di funzionare per pelle completamente mangiata da freddo e caldo ed acqua ed intemperie, le ossa sotto detta pelle completamente disfunzionali e tutto che va visibilmente deformandosi. la forza defluire via come acqua ancora gelida dai ghiacciai in primavera.
* e il dazio corrisposto oramai inimmaginabile. con conti e marchesi e principini della mia minchia un dilatato ok corrall condotto soffocando in atmosfere suicide, le trappole robotiche del comportamentalismo solo altre trame d’una gabbia che era troppo complessa to begin with. bassa inibizione latente. turni tetri. detail nazi. a wastebasket.