* inizio decisamente male e fuori fase, numerando il file 2207_12 in luogo di 2007_12. tra l’altro, il 12 aleggia come un dubbio appartato. forse è 15, o 20, forse non c’è mai stato uno 01, od un 2007 to begin with.
una volta numerato il file, dopo la d’esso creazione, serve aprirlo, ed iniziarci a scrivere dentro. tutta questa macropornografia dei passetti incerti mi disabilita e maldispone: puzza di rehab, gente che si rincoglionisce volgendo al rassicurante bagliore monoteistico dopo lo slide rovinoso, a freni recisi giù per colli irti d’un panteismo careless posseduto a flauti jojouka. non ne abbiamo bisogno, qui nella contea. con buone probabilità, non ne avete bisogno neanche voi, dall’altra parte del fiume.
* mi fermo. noto gli scripts che ‘del fiume’ lancia, groviglio di serpi che elude appena l’arco luce della gestibilità a questa tarda ora. uno d’essi chiama ming liang tsai a voce abbastanza alta, tono deciso, smaccatamente simulato: il male colto via caso e via miseria. ma il punto delle quattro righe in shell è la pioggia che cade, sempre, senza sosta: l’unica cosa che di fatto può cadere dal cielo.
* ed in realtà avevo creato il file solo per annotare l’insistente ricorrere della parola mountain nella paginetta odierna dello spam, ed anche mountain lancia una serie non prescindibile di script. ma me ne vado a dormire, un po’ a malincuore: mi frulla nella testa Sun Wukong ed il viaggio in occidente, ma ci troviamo subito al mattino successivo, e mi alzo in una cappa di freddo infame, e preparo una moka da tre, ed ascolto chantes magnetiques, e fuori il cielo è grigio, e fumo, bevo caffè, aggiorno wordpress alla versione 2.1 mentre scruto i feed, posto su delicious, si inchioda il client ftp proprio nel momento migliore, così cancella, riuppa, aggiorna, riattiva i plugins, rimodifica il poco codice precedentemente modificato; e poi esco, e mi reco in uno di questi orrendi edifici larkiniani a richiedere il duplicato di qualcosa che non ho mai posseduto, ed ho ventiquattro persone davanti, e ci vuole mezz’ora per farne due, e mi rompo i coglioni, esco, piove, prendo l’auto e torno a casa. che tipo di scripts lanciava mountains? difficile dirlo adesso.
* tra il buzz in fade della ventola del portatile che andava fermandosi e la fine del paragrafo precedente c’è stato altro. la limpidezza dei libri più recenti di Markson, ad esempio: le frasi che fanno paragrafo a sé ed una serie inossidabile di orrori, vite lacerate dalla miseria, la maledizione delle arti continuamente rafforzata, quasi adorata. ed anche: l’entrare in un paradigma per scopi puramente funzionali ed infognarvisi così tanto da non riuscire più ad uscirne, l’utilità ipotetica d’una squadra di scozzatori neurolinguistici che dovrebbe disipnotizzarvi dalle minchiate che prendete per buone senza pensarci più. come collegare tutto questo con il viaggio di una scimmia, con bastone e nubi?
ho letto molte cose confuse stamane, un po’ come sempre. alcuni individui riescono a far tragedia praticamente di tutto. a volte penso di dover spegnere per sempre. mi figuro anni nel futuro come l’uomo divenuto gnomo compresso e genius loci alla fine di Fuoco Sacro: un unico respiro con micelio e terra, una continua espansione vegetale esplorativa, miliardi di dati che non riesci più ad inoculare, interpretare, le barriere che finalmente cadono. green helpers, green helpers, green helpers!
* in un forum privato, nel corso di una discussione sul minimalismo, Kenneth Goldsmith (l’uomo responsabile della meraviglia di UbuWeb) ha raccontato questo:
It was Cage’s misunderstanding of Satie’s Vexations that opened up minimalism. Cage took Satie’s scrawl on the score “To be repeated 840 times” literally and in 1963, went on to stage the first performance of this. Every future NYC minimalist was in the audience for the performance.
storia curiosa: ogni singola minchiata apparentemente scintillante progenie; nulla va mai perso: scendo le scale, vedo il sole, il cielo il colore d’una polaroid tardi settanta, non passano auto, i sanpietrini rilucono smaltati da pioggia che evapora. verso quest’ora è una spola continua: precipito in flashback ai giorni della s’agita, sempre le stesse scale ed ogni giorno montagne di pacchetti: ma no, mi fermo, non precipito più. c’è un pranzo da preparare, preventivamente piatti e stoviglie da pulire, preventivamente bandoli lasciati sciolti ed un nuovo accendino agghindato a ghepardo, preventivamente, ma molto, protozoi avvinti da una movida semplice; (e tra l’altro, di Kenneth, dovreste almeno leggere Soliloquy);
* e nuotiamo nella vasca marcia d’un tempo oscurissimo che di fatto ci inabilita alla comprensione esatta del suo confino. strusciando corpi ignudi e già infetti contro il muschio putrido che ne pitta le pareti, incapaci di cozzare altrove, incapaci di affogare.
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This entry was posted by Paolo Ippoliti on Thursday, February 1st, 2007, at 4:18 pm, and was filed in La Polvere.
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