xxxvi.

piovuto giù come possessa rondine un giorno. un soffio.
tra alveoli occlusi spalavo ardenti tronchi al cobaltar d’occipite.
tutto un dileguo.
cospetto firmamento eretto supplice giammai, a sangue pitto e a volto concreto bóto,
afroreggiante sterco, a fame squassato ventre,
turbína improvvisa era d’agape equorea, etisía di lemmi: e ieri:

stento a redarguirti impalato a spaventapasseri sotto arcate celesti illimiti ma chi sono, chi faccio,
una mano a pala che accatasta algida ciò che per defunta speme la cicala scansa, la formica suda,
insulse particole assudariate in cornici lignee, istoriati dermocorni;
a rampognarti, scosso il poltrire, intasante argentovivo linfonodi inoculando,
doppler che assorda formiche avverse spalando mappatura d’antri;
e tutto, come sempre, vivido un sorriso al nulla;

sublime parve tenebra satellite, audace cecità d’anemoni oculari, cauterizzati a febo,
fin oggi l’emendar d’errore alcuno:
disintegrata pugna, cruccio d’assai tradotto in lingua al suolo, giammai spasmante, impolverata:
e solo lì necessitata figura, pulgo fuor di fuoco in immagine che fluttua;

stupido uomo, coppa di teschio di doglie carca,
zelante compiuto con penna un seppuku,
su marzial virgulto in sperticato equilibrio a moltitudini,
mimica di sfinge, laringe di sepolcro,
purtuttavia completamente vivo;