e dialoghi rattrappiti a legno e selce

è vero. assumo all’uopo tinte sfasate e fuor di gamma ma serve a gioco e giogo e poi di rado vedo in occhi tuoi saettar d’afferrìo. ma non fa nulla. dodici piccoli spigoli che decidi, un’altra bullet list, quattro paginette assunte, ammucchiate, archiviate, post-it che se ne vanno miti e tristi a morir con gli elefanti nei posti segreti e loro. e tu cercando avorio per strozzarti non li troverai mai.
e poi mai. e poi mai.

ieri: hip hop che pompa denudando la crisi del weekend. poi spezzato. monologo interminabile. tutto uguale. il libro di racconti resta soffocato nel cellophane, noto, bastardo bastione del copiaincolla e roride albe e non riesco a concentrarmi ma con buone chances c’è più suono nel supposto silenzio.
coldcut. e difatti maiali sgozzati giù a valle e forte strepitìo di zoccoli oculari.

punto e a capo. e messaggeri con apposite borse. scrivi poesie che terminano con un ricco vaffanculo. lesa la pagina, reader mai lanciato. continuate ad ingrassarvi come citati maiali, oh numeri tra due b e uno slash. maschera kabuki al centro della caostella che vi ignora.
alle quattro e dieci il cuore prende a mimare un’esplosione d’ansia. è tutto nuovo, avere nel cervello qualcosa di cui sfuggita gnosi, i cavalli sciolti che solo due giorni fa scoprimmo e per assurdo, la strada di sementi già nota secoli addietro. nel mio cifrario ermetico ho sollevato veli di derma, scoprendo bulbi ed allegate anemoni alla stessa polvere e pattume, confusione, imbarazzo infine. troppi denti scoperti.

ed il punto è che purtroppo non stiamo in savana e nemmeno in giungla ma in uno zoo. come abbiamo fatto a non accorgercene prima. o a saperlo per anni, scegliendo il rogo per le vesti dei sapiens, optando cingere dei lombi con pelli fuor di concio e poi nemmeno quelle. ogni volta possessi e ossessi a cibernetici narghilè pensare al pinching della brezza ove oppone le comuni embolie. le opere d’una vita e tutto il corpus majestis che vado accumulando mentre guerra e con fatica barattato davvero e senza doppi morsi per ciò che una piccola scimmia potrebbe e senza nemmeno pensare.
o correre più.

alla fine rientrando in una lista marksoniana di figuri disperati senza nemmeno il postumo spasmo e bacio khaibit. non correre più. non spazzare più pavimenti. mentre le ore si riassorbono nello shoggoth a loro proprio cesellando e mai di fino il lingam che finisce per rubarti il sole sulla poca terra che fuor di grazia inabiti. e cielo pieno di rondini ormai, in strider sincrono a galli, macchie di sole un buco nero nel pavimento nel quale cadremo a scaglioni per non fare più ritorno.

il mio set di foto animali noto scomparso, l’opera di luce in trappola mozza, fagocito di shoggoth non proprio. difficile in questo caso replicare feedback. l’editor resta aperto per strano che paia render testo a schermo con penna che resta su mesas alle spalle.
tornato il sangue a cento emmepiacca in ipnosi autostradale per capillari e vasi as moist as november, farfalle contenute in seme opaco mentre percuotevamo medesime pelli, soggiunte istoriate dopo anni all’indietro a willendorf richiamando mostri giù da altissimi monti. ho in pugno la certezza che dopo queste righe non capirai un cazzo ma peggio a sprazzi avvertirai un compulso a annotazioni etiliche su quanto in realtà ti sia andato in merda il cuore. unable to cope properly, una bestia ferita che scavalla fuori asse e si comprime in lividi salvifici addosso al muro.

e perché, chiedono all’oracolo i figurini giù a valle, dovrei ascoltar proprio le tua, d’urla, tra miliardi che tutt’attorno si levano, spiraleggiando a giravite verso il cielo. perché.

e in cavernoso utero null’altro che ululante meltemi.