fig. 14: Elektra scala il Dhaulagiri

        aprirò la finestra ed entreranno insetti a migliaia sopra al mate esausto nel passino, sopra al bisunto cartone della pizza, al posacenere stracolmo ed alle email che ho scritto per necessarie metà, al piccolo odioso cane che non cessa di abbaiare da un’ora, alle piegature frattali delle coperte ed al sonno volato via,

        che non cessa di abbagliare, che mantiene immutato slancio verso ferrovie di giorni autosimili, verso centinaia di foto oscene nella card, verso fare una impressione di lagunare mostro, verso argomenti che si ripetono, i dipinti di budda nelle caverne irrorate a sambuca, sul chiedersi se il sole è una gigante bianca od una nana rossa, nel descrivere cosa accade durante la nana rossa, sul perché è impossibile, sul ritardo percettivo calcolato e dato per assunto, per sempre dimenticato, sui tardi meriggi degli altri nelle lettere, trovandosi pieni di cazzate, invulnerabilmente smaglianti, invecchiati non d’un giorno,

        per aver trovato una lingua, avervi foraggiato fiere a branchi sotto nevischio di nomi allucinanti, per’l risuonar sempiterno di frasi che non t’abbandonano, concetti che non ti cedono in sindromi di stoccolma

        sposi spesso metafore distruttive

        e annuivo, sfogliavo carroll e sherwin e business plan di mondi a me alieni, m’alzavo di continuo, tornavo a posto e alzavo ancora inquieto ed eolico come scirocco in crack, come un’ammicco a tempeste improvvise, eruttazioni laviche, a gente rimasta ferma per millenni nell’ultima cazzata compiuta, come l’ombra d’una scimmia in troppo sole,

        le trentadue punte della rosa dei venti una descrizione rozza di quaquaversale, una epitome del ridondo, dislessia di nervi stradivari, forgiato incanto per cedere un bindolo senza astante alcuno; trottava la sera, guardavo Kira guardare il tramonto avvertendo favella fluirmi via in nessuna speranza, nessuna paura, stupide impalcature sopra altre stupide impalcature ammonticchiate a pochi metri a nulla come un cielo, lo sciamare vigile di molteplici assassinanti contrazioni, tagliole di tonsille, scorsoi di pliche vibranti in quieto rumore bianco, a gating di glottide che intesseva proclami,

        mi fate schifo, ho smesso di comprendervi

        i lunari sempre più corti, l’affitto che serrati la gola, le utenze le palle, sempre più strette, intente a recidere in ruolo assegnato, difficoltà a seguire, span che traballa, cede, carosello inarrestabile,

        avevo smesso davvero, pugno di pensieri in nuce mercanteggiato a negre arti, a saturnina daga, la somma dell’esistere il congiurare un rituale generante un conflitto of which thou shalt be thee victor, of which thou shalt be thee golem accovacciato in angoli giù stilos di pietre affastellate in vertice, adornate a ghirigori d’escrementi a torre di stilita, slowdiving practically nonstop, lo smegma acculturato di rondini che paion liete, i piedi neri per ignorate scarpe, mappe stellari di ferite che non si riemarginano,

        la rilevanza schedulistica del tempo che vi dedico non supera la soglia minima dell’unità base, è un rogo di fronzoli, un mashup agiografico di faccine votive che schioccano in zefiro, nei propositi che ci ossessionano, abbandonano, pugnata conquista d’un sudario che maya intesse, delle quattro decine che fosche s’approssimano, degli stimolanti scorsi a torrente giù gola, a una poetica di splinters, alla colla suprema che da nessun luogo sgorga, da nessun tempo, al male maiale di pelle che desertifica, stratifica, sfoglia via in rettile contrarre contrastando serenitatis, le valli immense ove notte e giorno coesistono,

        ove scalasti, quattordici chilometri non avvistar cima, held on for dear life in troppo feroce un vento, l’erba nella foto per sempre nel suo alito mossa, scossa

        piccole amiche, al vento ho gettato il resto, mentre gli anni fischiavano, al vento ho gettato la