supersuppurìo degli annales

ulteriormente incanutendo, scopro, anche riflesso un raccooning del volto avvertito preoccupante, sedimento d’anidride, la testa tra le rondini al primo caffè come se di tutti i luoghi stessimo vivendo proprio in cielo, e quanta strada da lì, a termine giorno avrò venanti cani di silenzi a branchi, taciuto nettare stillato a getti, ruvido, livido, vivido, ottico illudersi di domani un regno and the stars next year, le fucine dei ciclopi, i glutei anchilosati dal fuso piombo della groppa, un maglio che percuote invocazione circolante,

e poi ti fermi. cola la notte su tomi d’elegiaci, affogano frammenti, ereditari.
in palmo giri tris piotte, divelta distesa cremisi costola compunta a caratteri aurei inconsulti.
responsi come gnagnarella, ivi ravvisi adombrato un dardeggiare bradipo, panottico, in or di tigre ebbre le anemoni a fotoni. nulla da cancellare.
su fondachi di stolta torre impili impastati a sudor d’umori operar di veli, trasmessi avanti con del maglio in fucina il vigore, in fungere picchiato un artefatto improbabile. in epoca priva, ove ogni ammanta spiegato, tentacolare abbraccia sìmulo oltre funesto gorgo e dubitar di buio.

a cosa serviranno carri alati, selve dei propositi ove tutto restituito all’edera, al kudzu, al fico parassita, la storia in cui già avo navighi in guisa della vuota colonna, rimasta nel centro, la polvere che in insondato moto a spire lenta sale, abdotta in cielo solo dal sole impietoso gravitare.