l’idea che praticando questo sdruccioloso pioggeo selciato arriverò da qualche parte. oppure che lasciando tutto fermo e non scritto, non coltivato, qualcosa possa crescere comunque. che cielo e terra e le correnti in mezzo fungano solo da dettagli per queste stridenti rondini.
ci abbandonano negli anni le sinapsi a sciami, non solo le nostre ma soprattutto le altrui, in numerico esubero, schiacciante torreggiare. la fatica diventa l’ultimo degli embellishment, le mail come strofe di cummings, il dub anche mentre dormi, e sogni, o incubi, torreggiare ulteriore, x alla n diversi scorci schiusi in arnie.
o l’idea di potersi racchiudere nella piccola ferrosa cella del **, oppure su quel cazzo di sconfessato trono, ad impartire lezioni, scagliare anatemi, insomma, cose così. portare avanti l’unico percepito trionfo come, ma anche scrivere di questo rompe il cazzo.
ho scoperto solo in settimana i deserti di marte, pieni di ruggine. un breve, succinto memo dall’avamposto nettuniano mi rendeva edotto a riguardo di quella gente. lo faceva con anni di anticipo, ma causa lag, purtroppo, ha finito per raggiungermi solo anni dopo. quand’ormai troppo tardi stava annotato in rosso, sulle pagine gettate via del calendario.
ed io lì a pensare, e non proprio al rammarico. piuttosto, alle cazzo di barbabietole che sembrate avere in testa, con i vostri insulsi giochini, i moniti subdoli, le mail da mezza riga, oppur’anche allo sdegno, l’ira, il cane che dapprima annusa l’altrui culo per poi abbaiare. il cane.
i cani.
nel frattempo backuppo le cose che non pubblico qui da un’altra parte. l’indirizzo?
mah. forse domani.
difficile mantenere un filo. blast culture, non supporterò alcun meme poiché le zappe che ti danno retta finiranno per crederci quando glielo sdoganerai come tuo. di tutti gli individui di carta che potevo incrociare stamane: philip whalen. un pugno di poesie, rilette in un’ antologia che amai. dov’era anche ferlinghetti ascoltare pound recitare, il capo stranamente clino, in permanente astrazione, e dove più tardi, afflitto da disquiet a base carbonio, ho letto di whalen, ancora, via kyger,
nello Zen, non ti devi preoccupare di quelle cose lì.
Coi grani puoi anche giocare.
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This entry was posted by Paolo Ippoliti on Saturday, June 9th, 2007, at 4:07 pm, and was filed in Le Voci.
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