devo fermarmi e scrivere un’altra riga prima di andare a dormire.
ottobre 31, 1897: nessun ancorché flebile tentativo viene fatto per ventilare il ribollìo dell’ira. una sghemba musichetta, atta a sonorizzare la disobbedienza degli animali da compagnia, si diffonde dai coni dei grammofoni all’aria riarsa. i tetti delle capanne hanno preso fuoco nell’asma imperterrita del ghibli la notte scorsa e l’alba ci ha sorpreso mettendoci cielo tra ciglia in macro e grani di aureo muco rappreso.
il gurang suona presto il suo hamlin e già sudando, raccolti in circolo, veniamo resi edotti sull’arrivo di una nave, previsto al termine della giornata.
inganno il mio mattino libero salendo sul picco e osservandola, una macchia quasi indistinta nel rollìo indaco. mi chiedo se a differenza dello scorso anno questa non rechi un solo carico di carcasse asessuate e viveri oltre lo shelf life e l’odore orrendo di muffa e aleggiante cadaverina che ancora rimembro vivido.
che cosa spero a fare. per librarsi oltre premesse e dubbi giù al porto il comitato di accoglienza affila i machete e leviga la cera dei dischi per le future e previste incisioni. mi unisco a loro dopo pranzo con carboni di vario spessore e una risma di carta ingiallita dal sole, incartapecorita quasi, e devo levigarne via sparsi funghi con pomice senza di fatto assottigliarne lo spessore. mi porta via tutto il meriggio.
verso l’ora del pony il gurang chiama di nuovo ma scelgo di ignorarlo e me ne resto a disegnare una capretta dalle zampe verdi mentre il sole, lontano, fa chspshschchchc nel mare, il cielo s’insanguina e mi sembra di scorgere un immoto uccello gigante laggiù, lontanissimo, quando rialzo gli occhi di tanto in tanto.
la nave arriva proprio mentre il comitato fa ritorno al porto. nell’incipiente tenebra e diffuso tramestìo si fa fatica a distinguere che il volto dell’orrenda polena è coperto di specchio. ci distrae la trama quaquaversale che decora le spiegate ali e le zanne di chissà cosa incastonate nelle enormi fauci, l’arabesco che sul busto traversa i rigogliosi seni sfasandoli appena da questa dimensione.
e ovviamente sulla nave non c’è il cazzo di nessuno, nemmeno le carcasse. tutto pulito, le assi del ponte scintilanti e lucide come se il vento vi avesse imperversato in cunnilingus per interi mesi.
per tutta la notte nessuno ha il coraggio di salire a bordo. restiamo aggrappati a rimirare il ponte mentre qualcosa nella stiva sembra agitarsi e sbattere, ma forse siamo solo stanchi, propensi alle allucinazioni aurali, intrigati dall’improvviso sgorgare del mistero in altrimenti piatti balti e ribalti di clessidra. qualcuno accende un fuoco ma fa troppo caldo e tutti si allontanano. la nave uno scoglio di tenebra che oscura pleiadi e fa chunk, flop, sghat dondolando dosso riva.
viene l’indomani sui miei coglioni distrutti dall’attesa. con gesto secco mi riarrampico ma scavalco atterrando sul ponte che creek creek, faccio attenzione a non scivolare, sento la testa leggera, mi fiondo nella stiva e trovo la porta chiusa da un’asse, provo ad alzarla ma chissà quanti anni di notti umide hanno gonfiato il legno piombandolo nei supporti, potrei chiedere aiuto ma è il mio momento questo, salgo di tre gradini e mi lancio addosso alla porta, una due tre quattro volte cristo che male, cinque sei ouch ouch, sette otto e al nono tentativo la porta cede, è buio pesto, accendo una candela e
la stiva è vuota
c’è solo un cane, piccolissimo, fermo in un angolo, seduto, tremante, mi guarda e latra,
tento di raggiungerlo ma
anche domani il sole sorgerà ad ovest. bestemmierò il tuo zombi con la gola gonfia di foschia, sperando in poco sole a squarciar nubi. e poi,
November 2nd, 2007, at 12:14 pm #