per commentare la fatica e l’ira ma nessuno capiva. a volte pensavo di trovarmi accigliato e incastrato in orbita geosincrona, l’avevo scritto su un ritaglio d’incarto del pane, unto ad un bordo, proprio sotto ad un haiku squinternato
giorni di lavoro / mille sigarette / fumate per un quarto
il suono del cuore che si spezza, e purtroppo devo sentirlo più spesso di quanto vorrei, overblown and distorted, e sempre nei momenti peggiori, ieri per esempio, proprio quando verso il termine di una giornata galoppo tentavamo di portare a termine le errands e a seguito d’una pressione minuscola s’è spaccato tutto, e questo ci riportava all’inizio, scorrendo contro mano tutto il tracciato dell’oca, casella uno, i dadi ormai freddi, una pressione nell’aria che nemmeno nelle basi uraniane
ho letto su warrenellis pochi minuti fa di billboard che sparano annunci diretti nel cranio
mi tornava in mente noir e dr. adder, in calce si parlava di scuse da parte degli scrittori sull’aletta in seconda di copertina, pensavo sorridendo a quello che avrei dovuto scriverci io, i deboli colpi infami da parte di gente senza vita, l’aver davvero trottato tutto il giorno con marte avverso per rovinare via sconfitti verso un take away cinese, ciotole d’alluminio piene d’una roba infame, mal condita, gli automobilisti rincoglioniti sempre in fila davanti a te che finiscono sul flipside di una c30 che non rilascerai al pubblico, il mattino grigio, l’aspirapolvere sei piani più giù che non smette da ore nemmeno dovesse risucchiare via tutta la casa, la strada, il quartiere, l’intera cittadella di merda con i troll indigeni, le righe incise dalle chiavi sulle fiancate delle automobili, i parcheggi che decrescono, cianotizzano, le multe stracciate al primo contatto e riconsegnate ad arida terra, al piombo nei sampietrini, alla laniccia umida e infetta tra essi annidiata
il problema è che non ho più preso in mano una penna, non ho più preso in mano un microfono se non per cutuppare gli angoletti di giornata, perché faccio fatico a tenere un diario, perché la vita la odio alla fine, anche se in realtà l’ho amata, potrei amarla ancora
forse la amo già adesso, è solo uno stretch di spiaggia lunghissimo, e come sempre non capisco la stagione, la magione e the mansion, tentavamo di ricordare in che episodio fosse la stazione di polizia, l’enigma con la chiave, l’uccellino nel carillon, il walkthrough che bigiava tirando via scrivendo la soluzione è casuale quando non lo era affatto, e tutti i sogni pessimi di quel periodo, l’accavallarsi del tyrant su di una somma n di dimesioni, lo snowboard con la colonna fluff-punk recidiva
sulla cassetta arrivata ieri serigrafata sopra una compressione di chtulu, poi una stringa di numeri, e per pochi fili nel telaio all’interno i credits sono una macchia nera, ma è noise, non frega un cazzo a nessuno di queste cose, nello zen coi grani puoi anche giocare
gli ho chiesto oh, ma che cazzo ne pensate tanto per vedere se erano vivi o meno, a volte faccio meglio a farmi i cazzi miei, e strangolarceli questi porci con le perle
ma nemmeno solo le perle, più o meno in primissima postadolescenza iniziai ad aver terrore dei momenti mondani tirati a lucido, perché quadravo quel feeling brillante con la successiva disfatta inevitabile, poi iniziai a vederlo ovunque, mi chiedo quanto bene mi abbia fatto, quanto soggiunto guadagno al mio bagaglio l’aver compreso anche troppo presto questi meccanismi
vai accoltellati, fammi vedere quanto sei bravo, quanto ne capisci
sto proprio fermo sul fiume, sono pure finiti i cadaveri ed è come crocodile di kim ki duk, li ripesco tassidermizzati e li espongo in un channel privato nel quale god forbid non invito mai nessuno perché non capisco come si fa, ma anche impossibile trovare qualcuno che possa spartire
io ce la metto tutta, ci provo, ma l’età adulta comporta tornadi di propri cazzi a cui badare, ma anche tutti quelli che lo dichiarano in realtà proclamano minchiate a scusante, tutto flebile, battere in ritirata per testa così livida da troppe capocciate al muro
faccio meglio se chiudo qui, scrivere mi angoscia, farlo leggere peggio, qualcuno capirà male, altra fiele per un brindisi
in inglese si traduce con gain, lo ritrovo esatto sul mixer e overblown, distorted
il vecchio aveva in mano il sole, me lo porgeva come si porge un dono, io non capivo, io non
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This entry was posted by Paolo Ippoliti on Tuesday, December 11th, 2007, at 11:42 am, and was filed in AnarcoVapore, La Polvere.
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