trenta gennaio del duemilaotto

Posted on January 30th, 2008 in AnarcoVapore, Non la mia voce

* so già che non durerà abbastanza a lungo per fare una differenza: ma pensavo di riorganizzare tutte le tracce di presenza sparse in giro nel corso degli ultimi anni in a senseful whole. pienamente convinto a questo stadio che ne verrà fuori un senseful hole ma comunque.

* apparentemente vengo pagato per compilare un manuale. nel contratto non lo trovo scritto da nessuna parte ma non è l’unica informazione che manca. il client che sto usando per postare non supporta le tastiere italiane, o forse il problema è un altro ed il client che sto usando non supporta me. tenendo conto dei misdigiti più comuni m’immergo in un roboante pianeta di roblemi, clinet, differena. il cervello sembra fermo e le dita artritiche.

* ho aggiunto una cazzata alla sidebar dopo mesi di non indulgere. ma marca fumetto e non volevo resistere. il cervello sembra artritico e le dita ferme. ho una tosse del cazzo dalla notte di lunedì.

* agghiaccianti segnali fantasma, sempre da lunedì in poi. io non amo lasciare questioni in sospeso, poi invecchiando me ne curo meno e dunque. non mi devo distrarre. letto sul primo caffè reports di genti che consumano miscele di carbonio e ossigeno, su dosenation, via ellis. peggio di sniffare escrementi fermentati negli slums, penso. peggio per questioni di alternative praticabili.

* l’unica domanda possibile: what really happened?

* ed in che anno. in che giorno, anche. mi avvedo durante il servizio di ieri che tra le cose non scritte dai giovani romanzieri italiani fa bella mostra di sé il ********, ed anche la *** *** *** ******** * ******. del resto, come potrebbero figurare? enorme rush nell’averli ignorati tutti, in blocco, negli ultimi due anni. quanta impossibile serenità, bordering on messianic.

* la scena rilascia poco quest’oggi. cresce la sfilza dei network abbandonati. sono finalmente libero, dibattuto tra oasi e loculo. vieppiù in shards of terror per mai più propositivo.

* tosse del cazzo, via in farmacia. adesso dimostrami che ho scritto una cosa meno interessante. o che hai ragione dove altri hanno torto.

* dove altri hanno tortore. come quell’impossibile anfratto prealbare di mille anni fa, dove imboccavo con sacchi di pane e sull’uscio un trattenersi, luce in cielo indicata ad altri, e lo vedi, eccoli, mò che ariveno senti tu e

ho appena *********** un concetto,

Posted on January 27th, 2008 in Ravages of time

ma ahimé, il cervello opta per i loops più semplici, le strade dell’orto degli endodemoni, e così mentre i quaranta smettono di sembrare una foschia all’orizzonte la permanenza su questo tristo vascello si costella d’uno scricchiolar d’assi composto a volti meno noti e noti, statuasalati dopo anni in smorfie medesime, sonorizzate da nènie assillanti, suonate a jukebox e già nauseabonde to begin with.

proprio ieri mentre soffocavo in una nube di farina ho detto ad un mio collega eppure, io amavo la vita, me la hanno fatta andare così sul cazzo, porco dio ed ho dovuto anche ripetere che la amavo, la vita, ché il concetto apparentemente non si faceva afferrare con la solerzia auspicata.

eppoi: l’idea che il cervello attualmente opti: pura superstizione.

e non per susan blackmore: l’energia si tuffa nei circuiti più semplici, ed è tutto un magna magna, lungi dal fungere come sbrigativo commento ai telegiornali risplende come gurdjieff di tutto, posto accanto a gurdjieff un asterisco che rimanda a pié pagina, ove si spiega che non s’andava, poche e porche righe sopra, alludendo all’uomo conosciuto con quel nome, ma ad altro.

e quanto stento. sfoglio un moleskine rimasto per mesi intatto ad atto d’oscuro resistere per esistere, bandiera nera degli anarchici stinta nella scala di grigi che le persone idiote ti dicono essere quando non è tutto bianco e nero: sulla carta che ingiallisce appena riesumo note per case editrici di fotocopie a fasci, brevi postille antiesistenzialiste di turgore padmasambavico; mai usato carta per annotare impegni ed errands, eppure evinco un passo inquieto, le ombre sorelle di quello che accadeva.

a poco risolvere, e a poco a poco, più o meno, in polvere e detriti. flay. non fly. l’ultima riga, agghiacciante, che recita i spat a wickerman chissà percome, grafia convoluta al punto che sembra scritto sul soffitto.

pare difficile continuare.

puntini di sospensione

Posted on December 13th, 2007 in Caostella e Daga, Note e annunci

funziona. il tipo mi riscrive dicendo che toglierà quella frase del cazzo. non solo non si scusa, ma è anche virilmente accigliato a riguardo. ma vattene affanculo, tu e la tua etichetta e l’artista-giornalista del cazzo che incapace di rabberciare due righe a corredo del suo dischetto trova opportuno rubarle a me senza nemmeno prendersi lo scomodo di chiedermi se può farlo.

è incredibile. sono passati altri due mesi e non è cambiato nulla.

Cutting Powerlines - Episode #04

Posted on December 12th, 2007 in Cutting Powerlines, Podcast

stavo quasi per smettere. poi ad ogni revolving di minuetto trama e mistero pari passo s’infittiscono, ed eccoci tra brughiere e fiordi, strofe di buckley mugugnate nella tormenta, shoegaze a 0.5Hz e mefitico hip hop deathmetalleo. con inizio da lacrime e finale ghetto drone, per tutti i vs. sogni salgariani d’idoli alti come monti e danzatrici proibite e mortali jungle.

stavo quasi per smettere, con tutto, ma c’è il sole, e mi diverto troppo.

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continuavo a dire serata husqvarna

Posted on December 11th, 2007 in AnarcoVapore, La Polvere

         per commentare la fatica e l’ira ma nessuno capiva. a volte pensavo di trovarmi accigliato e incastrato in orbita geosincrona, l’avevo scritto su un ritaglio d’incarto del pane, unto ad un bordo, proprio sotto ad un haiku squinternato

         giorni di lavoro / mille sigarette / fumate per un quarto

         il suono del cuore che si spezza, e purtroppo devo sentirlo più spesso di quanto vorrei, overblown and distorted, e sempre nei momenti peggiori, ieri per esempio, proprio quando verso il termine di una giornata galoppo tentavamo di portare a termine le errands e a seguito d’una pressione minuscola s’è spaccato tutto, e questo ci riportava all’inizio, scorrendo contro mano tutto il tracciato dell’oca, casella uno, i dadi ormai freddi, una pressione nell’aria che nemmeno nelle basi uraniane

         ho letto su warrenellis pochi minuti fa di billboard che sparano annunci diretti nel cranio

         mi tornava in mente noir e dr. adder, in calce si parlava di scuse da parte degli scrittori sull’aletta in seconda di copertina, pensavo sorridendo a quello che avrei dovuto scriverci io, i deboli colpi infami da parte di gente senza vita, l’aver davvero trottato tutto il giorno con marte avverso per rovinare via sconfitti verso un take away cinese, ciotole d’alluminio piene d’una roba infame, mal condita, gli automobilisti rincoglioniti sempre in fila davanti a te che finiscono sul flipside di una c30 che non rilascerai al pubblico, il mattino grigio, l’aspirapolvere sei piani più giù che non smette da ore nemmeno dovesse risucchiare via tutta la casa, la strada, il quartiere, l’intera cittadella di merda con i troll indigeni, le righe incise dalle chiavi sulle fiancate delle automobili, i parcheggi che decrescono, cianotizzano, le multe stracciate al primo contatto e riconsegnate ad arida terra, al piombo nei sampietrini, alla laniccia umida e infetta tra essi annidiata

         il problema è che non ho più preso in mano una penna, non ho più preso in mano un microfono se non per cutuppare gli angoletti di giornata, perché faccio fatico a tenere un diario, perché la vita la odio alla fine, anche se in realtà l’ho amata, potrei amarla ancora

         forse la amo già adesso, è solo uno stretch di spiaggia lunghissimo, e come sempre non capisco la stagione, la magione e the mansion, tentavamo di ricordare in che episodio fosse la stazione di polizia, l’enigma con la chiave, l’uccellino nel carillon, il walkthrough che bigiava tirando via scrivendo la soluzione è casuale quando non lo era affatto, e tutti i sogni pessimi di quel periodo, l’accavallarsi del tyrant su di una somma n di dimesioni, lo snowboard con la colonna fluff-punk recidiva

         sulla cassetta arrivata ieri serigrafata sopra una compressione di chtulu, poi una stringa di numeri, e per pochi fili nel telaio all’interno i credits sono una macchia nera, ma è noise, non frega un cazzo a nessuno di queste cose, nello zen coi grani puoi anche giocare

         gli ho chiesto oh, ma che cazzo ne pensate tanto per vedere se erano vivi o meno, a volte faccio meglio a farmi i cazzi miei, e strangolarceli questi porci con le perle

         ma nemmeno solo le perle, più o meno in primissima postadolescenza iniziai ad aver terrore dei momenti mondani tirati a lucido, perché quadravo quel feeling brillante con la successiva disfatta inevitabile, poi iniziai a vederlo ovunque, mi chiedo quanto bene mi abbia fatto, quanto soggiunto guadagno al mio bagaglio l’aver compreso anche troppo presto questi meccanismi

         vai accoltellati, fammi vedere quanto sei bravo, quanto ne capisci

         sto proprio fermo sul fiume, sono pure finiti i cadaveri ed è come crocodile di kim ki duk, li ripesco tassidermizzati e li espongo in un channel privato nel quale god forbid non invito mai nessuno perché non capisco come si fa, ma anche impossibile trovare qualcuno che possa spartire

         io ce la metto tutta, ci provo, ma l’età adulta comporta tornadi di propri cazzi a cui badare, ma anche tutti quelli che lo dichiarano in realtà proclamano minchiate a scusante, tutto flebile, battere in ritirata per testa così livida da troppe capocciate al muro

         faccio meglio se chiudo qui, scrivere mi angoscia, farlo leggere peggio, qualcuno capirà male, altra fiele per un brindisi

         in inglese si traduce con gain, lo ritrovo esatto sul mixer e overblown, distorted

         il vecchio aveva in mano il sole, me lo porgeva come si porge un dono, io non capivo, io non

devi attendere 41 secondi

Posted on November 28th, 2007 in AnarcoVapore

mi trovo su una spiaggia che non conosco, non so che ore sono e dal cielo non riesco a capirlo. l’alba? il tramonto? c’è un velo grigio su tutto. ma è un grigio brillante, poi hushed da una falla di luce. mi trovo su una spiaggia ma non vedo il mare. forse è un deserto. se inarco i timpani a fennec riesco a udire un fruscio rosa ma privo di ritmo, dunque non sono onde. forse uno speaker gigante oltre l’orizzonte, cablato a una radio minuscola, sintonizzata sul nulla schumann.

mi trovo su una spiaggia che non conosco. da lontano marco puntino rosa compresso in nero tra grigio del cielo e… verde???
verde. la sabbia ha uno strano colore, poi dall’elicottero mi vedo iniziare a correre mentre acquisto quota, retrocedo, e già mi si spezza il fiato.
avevo da qualche parte il concetto di destinazione in una cartellina, con dentro dei fogli stampati e qualche ritaglio ma chissà. per blando livello metaforico anche questa spiaggia potrebbe essere la vita, non tanto per il fatto che manchi di punto di riferimento alcuno o che nonostante l’enorme sforzo della corsa tutto ciò che riesco a tracciare sia un risibile solco, probabilmente spazzato dal vento in tre due uno; ma per il fatto che non vedo mare;

e a quest’altezza della mia biografia trovo buio pesto. un *** torbido che va purtroppo messo in conto allo sdegno, al fucile caricato a sale, al loculo in remota landa da lupi cinto e spinato un filo, all’inabitabilità, al dissolversi di concessione, alla stretta di raptus e rapture per flusso di troppi dati dalla nave madre. no, nessun *** torbido, ma forse immaturo, inesperito. come purtroppo ci si constata ad ogni sospinto piede e passo.

e la cervicalgia per non smentirsi deve rompere il cazzo. lunedì io e Laura abbiamo cenato al ristorante eritreo. non so se avete idea del tipo di esperienza, ma ogni tanto ci vuole. comunque a metà cena le ho proposto di recarci, in caso in un paio d’anni la situazione non si stabilizzi, in un remoto avamposto appenninico, magari in Abruzzo, e stabilirci lì per qualche tempo, allo scopo di seguire la vita di un branco locale di cani randagi. the more the better. e comunque da una distanza. non proprio a rovistare nei secchioni con loro alla Shaun Ellis ma comunque.

Laura non sembrava convinta. peccato.

Cutting Powerlines - Episode #03

Posted on November 14th, 2007 in Cutting Powerlines, Podcast

va in onda il terzo episodio, che ridere queste parole!
puntata mattone che riflette il gaudio specifico della settimana trascorsa: se ne vanno i dischi dai quali i brani vengono estratti, se ne vanno le etichette che li hanno pubblicati, se ne vanno i links alle suddette, a discogs ed ai siti dei gruppi.

se ne vanno tante cose, perché pensavo alla radio, alla notte fonda ed alle number stations e alle stazioni che saltano mentre ti arrampichi su per le strade di montagna, alle voci dei morti nelle stanze vuote ed alle antenne vlf che rimbalzano i crepitìi eidetici di questo enorme sasso. pensavo tutto questo, sempre più vicino all’ora zen di rumore: se volete più info sui pezzi, usate google o mandatemi una mail. rispondo.
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poi come uno schiaffo un

Posted on November 11th, 2007 in Diario scritto a fatica, La Polvere, Lo spazio che ci divide

venerdì 9, ore 20:42 il nastro, in corsa già da qualche minuto a trattenere il maestoso subwoofer del temporale in corso, cattura un collega chiedermi eh Pa’, tu ce credi alla reincarnazione e la mia voce rispondere non mi interessa credere in nulla. ma se fosse vero, spero che questa, di vita, sia l’ultima.

ilarità, giovialità, risate. che vanno in fade sul cruuushwuush cruuushwuush dei panni che mi cingono, che strusciano contro il microfono, mentre mi allontano verso l’esterno, e apro la porta, e tuona ancora, e piove così forte che le gocce vengono fucilate giù ad angolo acuto, che rima con imbuto, e c’è tutto un circo di gente che parcheggia, sparcheggia, scende dall’auto coprendosi la testa con le mani, cacciando urla in falsetto, approdando a me sguardo impassibile con luoghi comuni appiccicati al labbro inferiore, il respiro spezzato da mezzo metro di corsa.

di tuono in tuono la terra trema. a precedente folgore il cielo già notturno si squarcia ignito d’un bagliore da ultimo tunnel. la serata è ancora lenta e mesmerizzato permango una sigaretta via l’altra ad aspettare che passi. in background agenti dell’infranet locale intonano apocalittiche nenie sul torreggiare di bretoni onde e diramante armageddon.

poi sabato 10, ore 7:21 e mi avvedo che ogni stupida irrilevante decisione richiede un pur pernicioso segugio di azioni. non essendo un utente premium dell’universo ad ogni pie’ sospinto devo inserire codici casuali per superare captcha e progredire allo step di formichina narcotizzata. l’alba come un palpitante drone, sole mostruoso che fischia sunshine, indice che preme la testina di sinistra e ferma il nastro. ascolto musica orrenda e con ella fischio anche io, mi scogliono, bevo caffè, fumo, aggiungo poco e nulla di nuovo a quello che già so, pratico invisibile, imprendibile e recluso come destrezza antica, passo oltre.

la mailbox si produce in remakes romeriani. alle 8:40 torna il cluster della reincarnazione come scura nube:
non tanto il non tornare più ch’ora mi motiva, il finirla con questo round, perdere la coppa per sempre, ritirato in gaudio; ma tosto vola pensiero allo spauracchio del karma: al fare una vita di merda adesso per pagar lo spasso di innumerevoli beta di me, dislocate a olio nella cava del trascorso, impelagate in crimini spassosi con l’etica degli orsi marsicani, con insaziabili appetiti: e farlo per serenità degli upgrades che seguiranno, nelle città volanti, sinapticamente connessi; come anello di rugginosa catena, legato, immoto;

e in qualche modo la giornata mi distrae. passano le ore tra sole e tundrabrezza e sulle scale non trovo nulla. c’è qualcosa che non capisco del php include ed anche questo mi deruba di minuti che potrei impiegar altrimenti, ma a far cosa, mi chiedo poi. l’orecchio sulla medesima compilation di teenagers disfunzionali, sui loro pedali ed effetti a urlare ed urlare moriremo sordi, distruggi tutto, stai fuori dai miei sogni.

che brutti momenti alla fin fine. più che angoscia per debiti e crediti, per ruolo di temporale unità economica, sto fermo a pensare di starlo perdendo. a poco a poco. inesorabilmente. scambiato come una moneta, mucchio di stracci e sforzo senza valore alcuno.

Cutting Powerlines - Episode #02

Posted on November 7th, 2007 in Cutting Powerlines, Podcast

ebbene, mentre mi rotolo e rantolo nel sole, nelle nebbie dell’ennesimo caffè, va online il secondo episodio. con una nuova sigla, che va a sostituire l’orrore che introduceva la prima puntata, e con una selezione vieppiù pesante, a vaghe tinte old industrial e sorprendenti sprazzi melodico-elegiaci.

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ti conosco solo in parte

Posted on November 2nd, 2007 in AnarcoVapore

devo fermarmi e scrivere un’altra riga prima di andare a dormire.

ottobre 31, 1897: nessun ancorché flebile tentativo viene fatto per ventilare il ribollìo dell’ira. una sghemba musichetta, atta a sonorizzare la disobbedienza degli animali da compagnia, si diffonde dai coni dei grammofoni all’aria riarsa. i tetti delle capanne hanno preso fuoco nell’asma imperterrita del ghibli la notte scorsa e l’alba ci ha sorpreso mettendoci cielo tra ciglia in macro e grani di aureo muco rappreso.
il gurang suona presto il suo hamlin e già sudando, raccolti in circolo, veniamo resi edotti sull’arrivo di una nave, previsto al termine della giornata.

inganno il mio mattino libero salendo sul picco e osservandola, una macchia quasi indistinta nel rollìo indaco. mi chiedo se a differenza dello scorso anno questa non rechi un solo carico di carcasse asessuate e viveri oltre lo shelf life e l’odore orrendo di muffa e aleggiante cadaverina che ancora rimembro vivido.

che cosa spero a fare. per librarsi oltre premesse e dubbi giù al porto il comitato di accoglienza affila i machete e leviga la cera dei dischi per le future e previste incisioni. mi unisco a loro dopo pranzo con carboni di vario spessore e una risma di carta ingiallita dal sole, incartapecorita quasi, e devo levigarne via sparsi funghi con pomice senza di fatto assottigliarne lo spessore. mi porta via tutto il meriggio.

verso l’ora del pony il gurang chiama di nuovo ma scelgo di ignorarlo e me ne resto a disegnare una capretta dalle zampe verdi mentre il sole, lontano, fa chspshschchchc nel mare, il cielo s’insanguina e mi sembra di scorgere un immoto uccello gigante laggiù, lontanissimo, quando rialzo gli occhi di tanto in tanto.

la nave arriva proprio mentre il comitato fa ritorno al porto. nell’incipiente tenebra e diffuso tramestìo si fa fatica a distinguere che il volto dell’orrenda polena è coperto di specchio. ci distrae la trama quaquaversale che decora le spiegate ali e le zanne di chissà cosa incastonate nelle enormi fauci, l’arabesco che sul busto traversa i rigogliosi seni sfasandoli appena da questa dimensione.

e ovviamente sulla nave non c’è il cazzo di nessuno, nemmeno le carcasse. tutto pulito, le assi del ponte scintilanti e lucide come se il vento vi avesse imperversato in cunnilingus per interi mesi.

per tutta la notte nessuno ha il coraggio di salire a bordo. restiamo aggrappati a rimirare il ponte mentre qualcosa nella stiva sembra agitarsi e sbattere, ma forse siamo solo stanchi, propensi alle allucinazioni aurali, intrigati dall’improvviso sgorgare del mistero in altrimenti piatti balti e ribalti di clessidra. qualcuno accende un fuoco ma fa troppo caldo e tutti si allontanano. la nave uno scoglio di tenebra che oscura pleiadi e fa chunk, flop, sghat dondolando dosso riva.

viene l’indomani sui miei coglioni distrutti dall’attesa. con gesto secco mi riarrampico ma scavalco atterrando sul ponte che creek creek, faccio attenzione a non scivolare, sento la testa leggera, mi fiondo nella stiva e trovo la porta chiusa da un’asse, provo ad alzarla ma chissà quanti anni di notti umide hanno gonfiato il legno piombandolo nei supporti, potrei chiedere aiuto ma è il mio momento questo, salgo di tre gradini e mi lancio addosso alla porta, una due tre quattro volte cristo che male, cinque sei ouch ouch, sette otto e al nono tentativo la porta cede, è buio pesto, accendo una candela e

la stiva è vuota

c’è solo un cane, piccolissimo, fermo in un angolo, seduto, tremante, mi guarda e latra,

tento di raggiungerlo ma